Lo studio sull’utilizzo delle emoticon merita una attenta riflessione, considerando il dilagante uso quotidiano che coinvolge persone di tutte le fasce d’età. Questa pratica è nata con i dialoghi testuali dei primi anni 90’ e si è diffusa con gli sms sino ad arrivare ai social network e alle applicazioni mobili per chattare.

Oggi oltre il 90% degli utenti della Rete usa abitualmente emoticon quando invia testi scritti di messaggistica; gli esperti ci dicono che non si tratta solo di un fatto generazionale. Dagli studi effettuati risulta che ad usare questo modo di comunicare sono in larga parte adulti ed un buon numero di anziani. Con l’avvento dei social network la comunicazione è tornata ad essere prevalentemente scritta, si comunica tramite chat, email, social; questo nuovo modo di dialogare è considerato “oralità scritta”. La scrittura assume la forma della comunicazione orale che è caratterizzata dalla gestualità e della mimica facciale, l’uso delle emoticon permette di inserire elementi espressivi nei testi scritti trasmettendo emozioni e può modificare la percezione che gli altri hanno di noi influendo sulle nostre relazioni sociali. A indicarlo è un lavoro pubblicato su Trends in Cognitive Science, dalla cyberpsicologa Linda Kaye, dell'università britannica di Edge Hill, che ci spiega come questa forma di comunicazione fornisca indicazioni sulla personalità di chi la usa. “Le persone formulano giudizi su di noi in base a come usiamo gli emoticon. Durante la comunicazione faccia a faccia intercorrono diversi linguaggi non verbali come i gesti con le mani o le espressioni facciali. Nel linguaggio scritto è difficile tradurre questi atteggiamenti che contribuiscono a rendere le conversazioni molto più colorite e ricche. L’unico modo per far conoscere all’interlocutore certi stati d’animo in qualsivoglia comunicazione scritta (come nelle chat, appunto), e quindi inviare dei segnali non verbali, è tramite le emoticon.”
Non di rado accade che persone che non conosciamo personalmente, e con le quali stingiamo rapporti esclusivamente professionali, ci inviino messaggi in cui compaiono inaspettatamente le emoticon. La cosa può stupire se non imbarazzare, perché la conversazione assume immediatamente carattere confidenziale. Sembra quasi che un messaggio per essere davvero compreso debba necessariamente avere il conforto di faccine felici o tristi. Capita anche a noi di scrivere un messaggio e non riuscire ad inviarlo prima di chiudere la conversazione scritta con una emoticon…forse ci sembra he non abbia la stessa incisività, oppure a volte ci serve per smorzare i toni che altrimenti apparirebbero troppo seri.
Già nella storia troviamo dei riferimenti a questa forma di comunicazione, si pensi allo "Zibaldone" di Giacomo Leopardi. A tal proposito il linguista Giuseppe Antonelli ci fa notare come nel giorno di Pasqua del 1821, l’autore ha scritto questo preciso riferimento alle emoticon: “ Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con i segni, come fanno i cinesi...". 
Le emoticon hanno appena compiuto 18 anni e già sono diventate delle opere d’arte in mostra al Moma di New York , faranno parte della collezione permanente del museo, questo non deve stupirci se consideriamo i numeri: ogni giorno 6 miliardi di emoji circolano sul web e dobbiamo ricordarci che ad usarli sono il 90% degli internauti.

Simona Durante
Coordinatrice Osservatorio Multimedialità e Minori
FE.I.C.O.M.

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