L’Università di Oxford mette sotto accusa i social network, accusati di farsi portatori di tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica.

Come messo in evidenza da Simone Cosimi su Repubblica, è stato Philip Howars, docente di Internet studies, che, partendo da sistemi come i bot (abbreviazione di robot) – gli account automatizzati che condividono e cliccano like sui link, intaccando gli algoritmi e pompano i numeri dei topic – ha denunciato l’esistenza di quella che Samuel Woolley, responsabile del progetto di ricerca, ha definito "fabbrica del consenso", attiva specialmente negli Stati Uniti.
Una serie di report condotti tra Cina, Canada, Brasile, Ucraina, Taiwan, Polonia, Germania e Stati Uniti, appunto, radunati nel Computational Propaganda Research Project svolto dall'Internet Institute dell'università, hanno portato, per gli accademici britannici, a un risultato categorico: "Le bugie, la spazzatura, la disinformazione" proprie dei sistemi di propaganda si trasmettono diffusamente online e, questo il punto nodale, "sono sostenute dagli algoritmi di Facebook o di Twitter".
Se negli Stati Uniti, i social sono stati impiegati con il fine creare un’illusione di popolarità intorno ai candidati (il caso di Trump è iconico, tanto che nello studio di parla di "Twitter come palco centrale durante le elezioni"), la propaganda russa sui social network si sarebbe distinta per le sue presunte ripercussioni sui processi democratici internazionali, per le (ancora da acclarare) interferenze nelle elezioni statunitensi e francesi. Sergey Sanovich, autore del report specifico, scrive: "la competizione politica nella Russia di Putin ha creato la domanda per strumenti di propaganda online che sono stati utilizzati in seguito anche su scala internazionale". Diverso il discorso per la Cina, dove è stato messo in campo uno dei mezzi di controllo più ricercati del mondo: il Great Firewall e il Golden Shield che gestiscono dalla base i collegamenti internet.
In questo senso è interessante prestare attenzione a un articolo di Jeff Jarvis (la cui traduzione è stata riportata integralmente su Valigia Blu), noto giornalista ed esperto di media americano, che lo scorso 12 giugno ha pubblicato un interessante articolo in cui dichiara che il problema non sono le fake news, bensì, la fiducia e la manipolazione. “Se non affrontiamo il problema immediato e urgente della manipolazione – scrive Jarvis – le istituzioni non riusciranno a reinventarsi e a ottenere nuovamente la fiducia del pubblico attraverso più inclusione, equità, trasparenza, reattività e onestà.
È bene, allora, porci una domanda fondamentale: non sarà forse il disinteresse della società civile a farsi, a sua volta, strumento di manipolazione e propaganda digitale? Forse, un uso più consapevole degli strumenti multimediali e una corretta alfabetizzazione digitale potrebbero rappresentare la chiave.

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