Cambridge Analytica, la società britannica coinvolta nello scandalo sull’uso dei dati degli utenti di Facebook, ha dichiarato bancarotta e chiuso i battenti.

La società, fondata nel 2013 da Robert Mercer, milionario imprenditore statunitense e finanziatore del sito di estrema destra Breitbart News, si è arresa a poco più di un mese dallo scandalo portato alla luce dai quotidiani Guardian e New York Times lo scorso 17 marzo: troppe le inchieste al riguardo e le spese legali da affrontare, per non parlare del vero e proprio esodo di clienti in seguito alle rivelazioni. La notizia risulta interessante anche perché, secondo i due quotidiani, Facebook sarebbe stata al corrente da circa due anni dell’utilizzo improprio di dati da parte della azienda – e avrebbe agito, sospendendo il gruppo dal social network, solo il giorno prima della pubblicazione degli articoli – e perché Cambridge Analytica ha lavorato per Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016.
Cambridge Analytica era specializzata nel raccogliere dai social network una grande quantità di dati degli utenti: dal numero di “Mi piace” e di commenti fino al luogo da cui erano connessi. Con questi dati, poi, la società sviluppava dei profili di ogni singolo utente in base ad algoritmi e modelli e creava pubblicità personalizzata e politicizzata, veicolo di messaggi – tra gli altri – per le elezioni statunitensi e per il referendum su Brexit. L’algoritmo che permetteva di fare ciò era stato ideato da Michal Kosinski, ricercatore dell’Università di Cambridge da cui deriva il nome della società. Per comprendere il legame tra l’azienda e Facebook, però, occorre sapere che nel 2014 un altro ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, aveva realizzato un’applicazione dal nome “this is your digital life”, che affermava di creare profili psicologici degli utenti in base alle attività svolte online. Oltre 270.000 utenti tra quelli che si iscrissero all’applicazione effettuarono il login tramite Facebook, che cedeva all’app le informazioni contenute nel profilo dell’iscritto. Chi accedeva tramite il social network, dunque, dava il consenso a fornire alcuni dei propri dati personali, ma all’epoca Facebook permetteva ai gestori delle app di raccogliere anche dati di vario tipo dagli amici dell’utente a sua insaputa. Prima che Facebook modificasse la regola, l’applicazione di Kogan raccolse dati di vario tipo da milioni di utenti, addirittura 50 milioni secondo Guardian e New York Times. L’app, poi, avrebbe condiviso i propri dati con Cambridge Analytica violando i termini di Facebook, che vieta di condividere con società terze le informazioni raccolte tramite il social network. Christopher Wylie, l’ex dipendente di Cambridge Analytica autore della soffiata al Guardian che ha fatto scoppiare il caso, ha affermato che Facebook era al corrente da circa due anni della vicenda, dopo che la società si era autodenunciata per timore di essere bannata dal social network, dichiarando di aver distrutto i dati ottenuti in maniera illecita.
L’altro aspetto della faccenda, quello legato a Donald Trump e parte del Partito repubblicano USA, ha assunto rilevanza quando, lo scorso 16 marzo, il procuratore speciale Robert Mueller che indaga sul Russiagate ha chiesto a Cambridge Analytica di fornire i dettagli delle proprie attività: il sospetto è che l’azienda abbia in qualche modo favorito l’ascesa di Trump e la propaganda contro Hillary Clinton tramite informazioni passate alla Russia. Dall’estate del 2016, infatti, la campagna di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale su pressione di Steve Bannon, manager della campagna di Trump e precedentemente vicedirettore della stessa Cambridge Analytica. Non è ancora certo se le informazioni raccolte dall’azienda tramite Facebook siano state effettivamente passate alla Russia, ma dalle inchieste svolte finora è chiaro che durante la campagna elettorale furono creati migliaia di account falsi gestiti automaticamente per diffondere fake news contro la Clinton. Il 10 e 11 aprile scorso, lo stesso Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook, è stato convocato per due audizioni di 5 ore l’una nelle due aule del Congresso USA per testimoniare sul caso Cambridge Analytica e più in generale sul rapporto di Facebook con la privacy dei suoi utenti. A proposito delle fake news e degli account fasulli creati durante la campagna presidenziale, Zuckerberg ha ammesso una parziale responsabilità, dichiarando di essere responsabile dei contenuti presenti sulla piattaforma che, però, non ne produce di propri: Facebook, insomma, non è da considerarsi un editore. Il CEO ha confermato la neutralità dell’azienda e affermato con un post sulla sua pagina personale di essere personalmente al lavoro per evitare nuovi casi come quello di Cambridge Analytica.

Fonte: Pasquale Pota per Recensito.net

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